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    Il sogno di Arlecchino

    Arlecchino, la maschera più conosciuta della Commedia dell’Arte, è un’invenzione che risale a un attore preciso che con quella maschera e la sua compagnia riempì di stupore tutte le corti europee: si tratta del mantovano Tristano Martinelli che visse tra la seconda metà del ‘500 e l’inizio del ‘600.

    Quello che la storia, mescolata alla leggenda, ci racconta è che questo comico dell’arte, per inventare il suo Arlecchino, ha usato unamaschera di diavolo della Sacra
    Rappresentazione, una forma di teatro popolare diffusa fin dal Medio Evo un po’ in tutta Europa (i “Mystery Plays” inglesi o gli “Auto Sacramental” spagnoli) dove i diavoli avevano quasi sempre ruoli comici.

    L’aura di leggenda che circonda Martinelli e il fascino che questa figura di uomo e attore ha sempre esercitato, ci permette di raccontare, tra dati storici e molta invenzione, il sogno di un modo di far teatro che diventò presto famoso in Europa e in tutto il Mondo: La Commedia dell’Arte. Lo spettacolo, seguendo la vita di Tristano Martinelli\Arlecchino, che fu amico intimo dei Reali di Francia e che diventò ricchissimo con una maschera da povero cialtrone, racconta come in un sogno, la storia e la vivacità di tutto.

    Un genere teatrale che ci ha regalato, oltre ad Arlecchino, altri personaggi rimasti nella memoria collettiva: dal tirchio Pantalone al povero Pulcinella, dalla bella Isabella al cocciuto Dottore, dal tronfio Capitano al povero Zanni. Un viaggio tra maschere e attori, tra diavoli e poveri diavoli, tra l’Inferno di un mondo di poveracci e la vita nelle splendidi corti del Rinascimento: un viaggio divertente e serio nel Mondo della Commedia dell’Arte.

    L’ultima primavera silenziosa

    A 60 anni dall’Uscita del libro di Rachel Carson PRIMAVERA SILENZIOSA, si ricorda qui l’autrice con uno spettacolo teatrale, sempre in bilico tra il teatro dell’assurdo divertito e divertente.

    Ambientata in un futuro che non vorremmo mai vedere e al quale non vorremmo mai arrivare, i due protagonisti racconteranno e leggeranno passi da PRIMAVERA SILENZIOSA e ragioneranno, in maniera spesso leggera e pure divertente, ma sempre assai seria e profonda, di cose che potrebbero accadere se ognuno di noi nel suo piccolo e la politica mondiale nel suo grande, non prenderanno in seria considerazione la questione spinosa della cura dell’ambiente che la Biologa Americana già pose più di 60 anni fa con parole chiarissime e spesso già allora osteggiate.

    Trama

    Un uomo e una donna che giocano a dama in uno spazio ristretto e poche cose con loro, fra queste c’è una copia del libro PRIMAVERA SILENZIOSA della Carson e un binocolo con cui si può guardare di fianco, in su, ma soprattutto in giù.
    Chi sono quei due? E cos’è il luogo dove stanno?
    Il posto così “angusto” sembra, e forse “è”, una zattera in mezzo al mare e i due hanno l’aria di essere due naufraghi. La zattera però è una zattera speciale, che si trova molto lontana dalla terra e molto vicina alle nuvole, e quei due naufraghi sono due “sopravvissuti” a un mondo che ha visto alzarsi così tanto il livello delle acque da trovarsi quasi a …toccare il cielo.

    La scenografia stessa dello spettacolo è costruita con materiali di riciclo, anche essa dunque elemento artistico che contribuirà, assieme alle parole dello spettacolo e all’azione degli attori, a suggerire possibili vie per il rispetto e la salvaguardia dell’ambiente.

    Anche la parte illumino-tecnica sarà pensata con strumenti che prevedano un basso consumo energetico.

    I’ Priore. Don Milani, Barbiana e la scuola italiana.

    Uno spettacolo sotto forma di monologo dedicato al mondo della scuola, dagli studenti agli insegnanti; un’occasione per riflettere, a partire dalla vicenda esemplare di Don Lorenzo Milani e della scuola popolare di Barbiana, il sempre attuale tema dell’istruzione, specie oggi alla fine – speriamo – della forzata esperienza della didattica a distanza.

    Il 27 maggio 1923 veniva alla luce a Firenze Lorenzo Carlo Domenico Milani Comparetti, per tutti, semplicemente, Don Milani. Intellettuale irrequieto e scomodo (tanto per l’autorità ecclesiastica quanto per il mondo laico), pittore e polemista, fervido sostenitore dell’obiezione di coscienza in opposizione al servizio militare obbligatorio.
    Dal 1954 si troverà a condurre tra mille ristrettezze una parrocchia immersa nei monti del Mugello, nel piccolo paese di Barbiana: una sistemazione punitiva per Don Milani, dove maturerà la straordinaria esperienza educativa e pedagogica che confluirà nella scrittura collettiva di Lettera a una professoressa (1967).

    Se la figura di Don Lorenzo Milani era già discussa dai suoi contemporanei (da Indro Montanelli e Pier Paolo Pasolini, solo per citarne alcuni), a cento anni dalla nascita il priore di Barbiana continua a porre degli interrogativi: quale deve essere il ruolo della scuola nella società? E quello degli insegnanti? Come tradurre nella quotidianità i grandi ideali pedagogici? Fin dove (e in che modo) è lecito ribellarsi?

    Sinossi

    Ultimo giorno di scuola in un istituto superiore fiorentino. Suona la campanella d’ingresso. In scena entra un istrionico bidello, Michele Zago, che tra una battuta e l’altra inizia a raccontare in una lingua semplice venata di dialetto la propria esperienza tra i corridoi scolastici. Lo spunto è un aneddoto personale: la prima volta che ha sentito la parola granata, che in Toscana indica la scopa di saggina. Era il novembre 1966 quando, soldato di leva appena diciottenne, viene inviato a spalare il fango dalle strade di Firenze dopo la storica piena dell’Arno. In via Masaccio Michele incontra Gianni, un giovanissimo “Angelo del fango” e studente a Barbiana, che lo introduce in casa Milani: conoscerà così Alice Weiss, madre di Don Lorenzo, e verrà a conoscenza della malattia del priore.

    Gli incontri con Gianni saranno sempre più frequenti quando ritroverà casualmente il ragazzo in un istituto superiore fiorentino, dove Michele lavora come bidello: le intemperanze di Gianni saranno l’occasione per approfondire il pensiero di Don Milani. Grazie alla lettura di Lettera a una professoressa, pubblicato da pochissimo, Michele, figlio di una famiglia povera del profondo Veneto, decide di frequentare la scuola popolare di Barbiana e ottenere finalmente la licenza elementare: sarà dunque attraverso la sua esperienza personale che il pubblico conoscerà i metodi pedagogici di Don Milani, portati avanti dai suoi ragazzi (Gianni in testa) e da Adele Corradi dopo la morte del priore nel 1967.

    Sempre attraverso i suoi occhi di bidello, testimone privilegiato (spesso oculare) eppure istituzionalmente “di contorno” e mai protagonista, segue un rapido excursus sull’evoluzione della scuola italiana, da quella classista del secondo dopoguerra fino ai giorni nostri passando per le ribellioni del ‘68. Suona di nuovo la campanella: la scuola, anche per quell’anno, è conclusa. Michele Zago saluta studenti, insegnanti e chiude il portone d’ingresso. Ed ecco il colpo di scena finale: una volta solo, Michele dismette gli abiti del bidello e rivela due enormi ali di angelo. Sotto le mentite spoglie di un umile custode si nasconde infatti l’arcangelo Michele in persona, inviato sulla Terra da Don Milani per seguire le vicende degli studenti di Barbiana e di tutti i “Gianni” che negli anni si sono avvicendati tra i banchi.

    Ma anche per un potente arcangelo come Michele c’è bisogno di una vacanza: la vita nella scuola italiana è faticosa persino per il comandante delle schiere angeliche.

    Note di regia

    La sfida di questa messinscena è avvicinare i ragazzi al linguaggio del teatro di narrazione. Troverete una scenografia minimale e pochi significativi oggetti: in particolare, abbiamo scelto di dare corpo a tutti gli elementi cartacei presenti nella storia. Una scelta certo anacronistica, per come oggi il supporto della conoscenza sta diventando sempre più digitale, ma che ci ricorda come il sapere possa essere un’esperienza semplice, concreta e tangibile. Gran parte del racconto è quindi lasciato in mano all’attore: a una parola che si trasforma linguisticamente, passando da un dialetto all’altro, ed emotivamente; all’azione fisica che si articola come strumento ritmico e immaginativo. Co-protagonista l’ambientazione sonora, unico elemento d’innovazione mediale, che dialoga con la scena supportandola nei giochi ritmici, nelle atmosfere e negli apici di coinvolgimento.

    Lucia Messina

    Drammaturgia

    Il testo è stato curato da Simone Dini Gandini. Debutta con I pesci del mare non han numero (Edicolors, 2012), finalista al Premio Cento (FE). Il suo La bicicletta di Bartali (Notes edizioni) è alla XI ristampa. Nel 2018 L’Ibis di Palmira e il merlo ribelle (Notes edizioni) è finalista al Premio Arpino. Le sue opere teatrali vanno in scena sui palcoscenici, tra gli altri, di Torre del Lago (LU), Parma, Milano, Lucca ed è assidua la collaborazione con Fondazione Aida (VR) e Rai5.

    Interpretazione

    Massimiliano Mastroeni nelle vesti di Michele, lavora ,tra gli altri, con compagnie del territorio (Pantakin, Teatro Bresci, Febo Teatro) e con altre giovani realtà italiane (Oyes, Servomuto Teatro, Epos Teatro e altri).

     

    La Badante

    Questo fenomeno, oltre a risolvere in maniera capillare il grosso problema della carenza di posti nell’accoglienza pubblica e\o privata della persona sola e non autosufficiente e oltre a garantire cura e tranquillità a persone altrimenti obbligate a lasciare le loro case e le loro abitudini, ha però causato, come detto, un cambio netto nelle relazioni all’interno della famiglia. È partendo da questo presupposto che si muove il nostro spettacolo.
    Anche se condotto con mano leggera e spesso divertita, con la struttura addirittura della storia dai toni “gialli”, se non “noir”, la nostra messa in scena ha la voglia di indagare sul cambio delle relazioni umane, sulla nascita di nuovi sentimenti, su come questo fenomeno dell’arrivo delle Badanti abbia in qualche modo cambiato anche il nostro concetto di relazione familiare.
    Lo spettacolo non vuole risolvere una questione né essere un documentario di tipo giornalistico, vuole però offrire dei temi a questo dibattito e entrare nella discussione con piede leggero e spesso divertito quasi a dire che i rapporti umani, la famiglia, le persone sono entità continuamente in fase di cambio e di evoluzione e che tutto in questa nostra vita è fatto di trasformazioni e adattamenti…. …E che ogni cosa, per essere giudicata, dev’essere prima capita. Ecco, questo spettacolo divertente e scanzonato, dai toni “giallo-noir”, vuol offrire un piccolo tassello a questa comprensione.

    Trama La Badante

    Trento (ma potrebbe essere una qualsiasi città italiana).
    Un vecchio attore di teatro in sedia a rotelle e una badante che non viene dall’Est, ma viene “dall’ovest, anzi dal sud-ovest” come dice lei in una battuta dello spettacolo, intendendo Modena (ma potrebbe essere qualsiasi altra città italiana).
    Ognuno porta dentro di sé una storia, fatta di momenti felici, ma anche di rimpianti e di risentimenti e queste due storie, come è inevitabile, a volte si incontrano e a volte si scontrano, tirando fuori i pensieri e i desideri di ognuno dei due protagonisti, anche i più nascosti, creando alle volte intesa, ma più spesso incomprensione, se non aspra contrapposizione.
    Lei, Teresa, con la forza di vivere e la gioia tipica di una donna giovane, ma pure persa in un mondo che non capisce, non riconosce come suo e che fatica ad accettare, dove capacità di competere e di adattamento, anche a situazioni difficilmente accettabili, sono le qualità più richieste, per cui vive di incertezze e di paure, ma prova pure risentimenti difficilmente celabili, come verso tutte quelle donne che vengono in Italia da paesi stranieri a fare questo lavoro.
    Lui, Giuseppe, con una storia non del tutto chiara alle spalle, fatta di luci – poche – e ombre – moltissime -, ma che si svela a poco a poco nel procedere dello spettacolo, come spesso succede in teatro, luogo in cui lui, attore, ha lavorato per una vita intera. E ogni tanto può succedere che il tutto non funzioni, come pure alle volte capita a teatro, o che funzioni talmente a meraviglia, che sembra non funzionare. Troppo sibillino? No: alla fine tutto sarà chiaro, chiarissimo e finalmente si potrà fare una bella risata liberatoria.
    … Ma dovete aspettare la fine, come in qualsiasi Racconto Giallo che si rispetti.

    Mi chiamano Garrincha

    Il football è un riverbero fanciullo, bellezza estetica, improvvisazione, poesia pura. Tutti temi avulsi ai giovani di oggi presi nella loro forma astratta ma che legati al calcio invece ben riconoscono. Attraverso il tema del calcio, che appassiona sempre tanti giovani, si narra la storia di Garrincha, storpio e figlio di emigranti veronesi, ma con una grande voglia di riuscire, di conquistare, di affermazione e riscatto. Con questo spettacolo vorremmo instaurare un dialogo con i ragazzi tramite un confronto diretto con loro, ascoltando le loro opinioni e la loro visione del mondo calcistico.

    Trama

    Garrincha è zoppo, per questo non ha mai potuto giocare a calcio, la sua passione, il grande sogno della sua vita. È nato a Sao Paulo il giorno in cui Garrincha, quello vero, il campione capace di cavalcare le stelle e di commuoversi per un uccellino in gabbia, esordiva nella nazionale verde-oro. Un predestinato, insomma, peccato solo per quell’essere storpio d’una gamba, la sinistra, quell’incedere che ne fa un essere degno di tenerezza. Per lui il mondo è rotondo ed è coperto di pelle bianca e nera, come un pallone di calcio e il pallone è culla, casa, fiume, stella, abisso, vertigine. Ha viaggiato per le strade del mondo dietro al calcio, ha conosciuto, amato, pianto, rimpianto, scoperto, allontanato. Ha conosciuto grandi calciatori e bambini con i piedi nudi che correvano dietro a una palla fatta di stracci, ha visto persone gioire, altre piangere disperate, ha raccolto le loro storie, le ha stampate nel cuore e adesso le racconta. Pelé, Maradona, Gigi Meroni, Gaetano Scirea, Gigi Riva, Pietro Anastasi… Il calcio è imprevedibile come il volo di un aquilone. Garrincha ha un sogno, il suo sogno. Tirare un calcio di rigore e segnare ma non un calcio di rigore qualsiasi: l’ultimo rigore nella finale dei Campionati del mondo, quello da cui dipende tutto ma tutto davvero. Muove le gambe, Garrincha, sul posto, corre sul posto, veloce, come a correre su una sola zolla di terra tutto quello che non ha potuto correre in una vita intera. Gli occhi negli occhi del portiere. Dietro il portiere la rete, molle come un ventre, pronta ad accogliere la palla. Garrincha si muove, tre passi, di corsa, il vento nelle orecchie, negli occhi, nei capelli, attorno al collo, fra le dita, nei polmoni, giù, boccate di vento, un boato d’uragano nell’aria ferma dello stadio ammutolito. Il piede sinistro che tocca la sfera. Poi solo un urlo. Goal!

    Il regista

    Fabio Mangolini (Roma, 1964) ha dedicato tutta la sua vita al teatro come attore, regista, pedagogo, autore, traduttore e, infine, come manager. Laureato in Filosofia all’Università di Bologna, si è diplomato nel 1987 all’Ecole Internationale de Mimodrame de Paris Marcel Marceau. Nel 1985 entra come Arlecchino nella compagnia internazionale Les Scalzacani diretta da Carlo Boso, a Parigi. Nel 1991 lascia la compagnia e continua a portare la Commedia dell’Arte per il mondo. Tra il 1992 e il 1994 è borsista della Japan Foundation e dell’ International Theatre Institute e studia a Tokyo il Kyōgen e il . Come attore, ha lavorato con numerosi registi, recitando in tournées in Italia, in Europa e nel mondo. Ha diretto spettacoli in Italia, Francia, Belgio, Spagna, Stati Uniti. Ha insegnato in prestigiose Accademie d’Arte Drammatica in Europa (fra le altre GITIS e MKAT di Mosca), in Università in USA, Sud America, e Giappone. Dal 2004 al 2009 è stato docente di Interpretazione e Regia presso la Real Escuela Superior de Arte Dramático (RESAD) di Madrid. È stato Presidente della Fondazione Teatro Comunale di Ferrara, Presidente dell’Associazione Scuola dell’Opera Italiana di Bologna e Consigliere d’Amministrazione della Fondazione ATER-Formazione. Dal 2015 al 2018 è stato il Direttore del Master MFA in Physical Theatre della Mississippi University – Accademia dell’Arte. Attualmente è Direttore Artistico di Cornucopia Performing Arts Labs.

    Parole Venete

    Lo spettacolo

    Con la parola inizia la storia dell’umanità e così il nostro spettacolo: un racconto tra il serio e il divertito di quello che ha significato e significa la parola e in particolare la parola del dialetto veneto o dei dialetti del Veneto. Perché la parola, che da piccini ci è stata donata dalla mamma con le ninna nanne o con le filastrocche, l’abbiamo poi usata per capire com’è fatto il mondo e poi ancora per cercare di spiegare ad altri e a noi quel mondo.

    Qualcuno l’ha pure usata e la usa per convincere, altri per sedurre, alcuni per divertire, altri per emozionare, alcuni per ferire, altri per curare. La parola comunque è lì per permetterci di comunicare. E dalla nostra particolare tradizione veneta – come in molte tradizioni locali o regionali – ci viene la testimonianza, fin dai tempi più lontani, sia dalla tradizione orale che letteraria, di una parola “volgare” (nel senso etimologico del termine) che spesso ha dovuto scontrarsi con la lingua, prima latina e poi italiana (se non con altre lingue), dunque con la parola “colta”.

    “Il dialetto, – spiega Pino Costalunga, regista e interprete – in questo incontro con la “lingua” produce tuttora miscele alle volte così esplosive che possono sconfinare con la comicità più scatenata ma spesso anche con l’arte, a volte anche con l’arte altissima della poesia”.

    Ecco allora che da questo incontro/scontro la lingua è mutata nelle nostre famiglie: a tavola i goti si trasformavano in biceri, i pironi in forchette e la minestra non si mangiava più col sculièro, ma col guciaro. Se al nonno veniva ancora la fiòvra a noi bambini veniva la febbre.

    Attraverso dunque un allegro viaggio nei ricordi d’infanzia, e non solo, dell’attore/autore cresciuto fra le parole venete, scaturiscono le tragicomiche esperienze del suo primo rapporto con la lingua italiana (e più tardi con altre lingue che ha affrontato).

    Si toccano così divertenti registri dei fraintendimenti e degli storpiamenti (pensate a tutta la gamma delle preghiere popolari e reinventate);il risultato è uno spettacolo che con leggerezza e gioia tocca il tema fondamentale di cosa sia la nostra lingua e quindi di chi siamo noi.

    Le canzoni della Piccola Bottega Baltazar condiscono la serata con musiche originali, nonché pescate dal repertorio di autori che pure hanno affrontato questo argomento.

    Storie e miti d’Europa – Cosmogonia

    Il progetto The Legend of the Great Birth utilizza il potere della mitologia per promuovere un’identità europea comune.  È stato creato uno spettacolo che include elementi delle mitologie della maggior parte delle tradizioni europee (greca, nordica, celtica, dacica, latina, slava), mettendo in risalto gli elementi comuni e le somiglianze piuttosto che le differenze. Questa connessione consentirà la riflessione del pubblico sull’appartenenza ad un’identità europea comune. Il mito che è stato scelto per la rappresentazione teatrale è il mito della creazione (cosmogonia), un tema presente in tutte le mitologie che racchiude in sé diversi simbolismi. La mitologia nasconde un passato profondo e allo stesso tempo forma il futuro di ogni popolo.

    Lo spettacolo

    Uno spettacolo poetico e delicato che narra con parole, musica e danza le leggende sulla creazione del mondo delle varie culture europee in uno spettacolo che doterà il pubblico di cuffie Wireless.

    L’audio in cuffia sarà accompagnato da interventi live degli attori e da scene di teatro visivo costruite in modo specifico.

    Lo spettacolo, proprio per sua natura, si adatta a tutti gli spazi aperti che permettano la concentrazione del pubblico: parchi, arene, borghi (si può ipotizzare anche in forma itinerante). La compagnia, previo sopralluogo, ripenserà lo spettacolo collocandolo nel luogo prescelto e legandolo alle architetture esistenti.

    Pianoforte vendesi

    Lo spettacolo

    È la notte dell’Epifania, sera di festa a Bellano. Dal treno scende «il Pianista» così chiamato per via delle sue mani lunghe e affusolate. Piove, fa freddo. Perlustrando le  contrade nell’attesa della folla il Pianista incappa in un cartello affisso su un portone: «Pianoforte vendesi». Incuriosito, decide di entrare: si troverà a vivere un’esperienza che cambierà per sempre la sua vita…

    Pianoforte vendesi è la storia di un ladro che deve scegliere tra le buone e le cattive azioni: il bianco e il nero, come i tasti del pianoforte. I gesti che si troverà a compiere rivelano un grande desiderio di riscattare la sua umanità. Sullo sfondo, in una dimensione quasi di mistero c’è un’intera collettività, un paese sospeso – per una notte – fra legalità e illegalità, fra lecito e illecito, fra comandamento etico e abitudine.

    La versione teatrale di Pianoforte vendesi cercherà di utilizzare la forza evocativa della parola, affidata esclusivamente al talento di un solo attore chiamato a dare voce e corpo a tutti i personaggi della storia. Sfrutterà inoltre il potere della musica, composta appositamente per questo spettacolo, per restituire le atmosfere soffuse e le penombre di questo romanzo, perennemente in bilico tra sogno e realtà, senza dimenticare i guizzi folgoranti del suo umorismo.

    Una coproduzione Fondazione Aida e ARS Creazione e Spettacolo, con Andriano Evangelisti, musiche originali di Patrizio Maria D’Artista e la regia di Raffaele Latagliata, che ha lavorato a stretto contatto con Vitali, che per la prima volta si è cimentato nel lavoro di trasposizione drammaturgica di un suo romanzo.

    A impreziosire il tutto, immergendo la rappresentazione in un’atmosfera di sogno, le musiche di Patrizio Maria D’Artista, produttore artistico, compositore e arrangiatore che ha già firmato la colonna sonora di diverse opere teatrali e televisive. Puoi ascoltare le musiche su Spotify, AppleMusic e su altre piattaforme di streaming musicali.

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